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Molte famiglie pur di sopravvivere, abbandonano la propria casa in Tortorici, gli affetti le tradizioni, per trasferirsi in una terra sconosciuta. Non si rendono conto che da li a poco sarebbero diventati anonimi braccianti sfruttati, su una terra governata da vecchi sistemi feudali. Basta pensare che del prodotto annuale del loro lavoro solo l’ottava parte toccava ad essi. In pieno XX secolo si fanno vassalli del duca inglese. Figli della “Victoriosa civitas Tortoreti”, prima città della Sicilia scrollatasi dal giogo feudale, diventano, ironia della sorte, simbolo dell’ultimo retaggio baronale dell’Isola.
Gli immigrati tortoriciani non hanno, però, la possibilità di dar vita ad un vero e proprio centro urbano e, quasi soggetti ad un piano del destino sono forzati a riprodurre, nel vastissimo latifondo inglese, lo stesso tipo di insediamento del paese di origine, nelle cui campagne essi vivevano a gruppi sparpagliati, in decine di contrade distanti tra loro.
Lo stato continuo di sfruttamento portava ai primi moti per la rivendicazione della terra, nei confronti della ducea.
Per oltre 5 anni, dopo l’entrata in vigore della legge di riforma del 1950, il duca era riuscito a calpestare la legge e a tenersi il feudo. Si era giovato dei cavilli frapposti dai suoi avvocati e di una catena di complicità politiche locali e regionali e solo la lotta di massa riuscì finalmente a spezzare quelle catene.