![]() |
CANTI AMOROSI: "A NUCIDDARA" ED ALTRE TRADIZIONI. A fuitina Fino a una decina di anni fa una delle forme d’unione più diffusa fra le giovani coppie era la “fuitina”, vale a dire la scappatella di innamorati, che all’insaputa di tutti, fuggono via per un periodo che poteva variare dai tre giorni ad una settimana. Al ritorno i due “fujuti” venivano accolti e festeggiati, nonostante l’astio che a volte questa pratica generava fra i genitori della coppia, e come veri e propri sposi venivano ospitati nelle loro case fino a quando non avrebbero provveduto a trovare un’opportuna dimora. L’origine di questa pratica risale al periodo della dominazione araba in Sicilia e aveva lo scopo di sfuggire ai rimproveri del padre che per interessi familiari destinava la figlia ad un matrimonio combinato. Alla povera infelice non rimaneva che la fuitina con l’uomo del quale era effettivamente innamorata. Di fronte a tale situazione il genitore non poteva che accettare la scelta della figlia ormai “compromessa”. Non raramente la scappatella avveniva per celare rapporti sessuali prematrimoniali che avrebbero danneggiato l’onore della famiglia della donna.
L’insieme è accompagnato da altre voci che generalmente emettono un contrasto lamentoso. Terminato il canto, che nel frattempo ha ridestato la coppia di innamorati, ecco allestire un allegro banchetto conviviale preparato dai genitori della sposa. La serata prosegue consumando carni, formaggi, pane casereccio, sott’oli, e vino di casa mentre si continua a suonare e ballare. I convenuti, danzano allegramente fino alle prime ore dell’alba. Sutta la to finestra c’è nu giardinu Facciuzza di na persica anzalora Gli scongiuri <<Ancora oggi come atteggiamento di difesa, in un’era di cieca irrazionalità e mancanze di certezze, la magia rappresenta il rifugio sicuro di chi ha bisogno di una parola di conforto e di incoraggiamento>>. Contro i Vermi Quando i bambini sono afflitti da mal di pancia, causato da uno spavento, vengono portati da un’anziana, che dopo aver recitato un orazione rigorosamente segreta (può essere esternata solo di Venerdì agli aspiranti maghi), preso un filo, si misura il bambino in lunghezza ed in circonferenza, si ripiega più volte su se stesso e lo si taglia con le forbici. Durante queste operazioni si recita il seguente dialogo tra la madre del bimbo e l’anziana: Cummari chi tagghiati? Comare cosa state tagliando? Dopo questa interazione si mette il filo in una bacinella d’acqua, se i fili tagliuzzati rimangono fermi vuol dire che il bimbo non aveva i vermi, se i fili si intrecciano i vermi sono stati eliminati. Successivamente verrà fatta bere al bimbo un po’ d’acqua mista ad aglio. Contro il "malocchio" (le occhiature). Quando qualcuno soffre per il mal di testa c’è la possibilità che sia stato causato da qualche sguardo pieno di negatività: in questo caso si usa dire “mi ittaru u marocchiu”. Per superare gli effetti della negatività ci si reca da un’anziana o in alternativa viene portato qualche oggetto appartenete al malato. Giunti a questo punto l’anziana inizia a borbottare le segrete orazioni magiche e dopo aver terminato segna con una croce in testa il malato, o diversamente, fa la croce all’oggetto. Se il mal di testa dipendeva dal malocchio, la maga nel borbottare le orazioni avrà avuto la lingua legata e la forza negativa sarà schiacciata. Se durante il rituale non si manifestano segni particolari, l’occultismo dell’evento rimane solo pura superstizione, e le ragioni dello scettico prendono il sopravvento. La lamentazione funeraria. Era di uso comune nell’antica Grecia il pianto rituale per i morti che esprimeva il dolore dell’intera società e segnava ritualmente il passaggio ad altra vita. Quest’uso viene ancora perpetuato, soprattutto tra le anziane donne, anche a Maniace ed in altre zone del Nebroideo. Alle morte di un caro le donne vestite a lutto e sedute ai piedi della salma, posta in una camera ardente allestita in casa, piangono per tre giorni e tre notti in modo recitativo, manifestando ed enfatizzando il proprio dolore attraverso invocazioni e lamenti sulle qualità e virtù del defunto. Si fa il voto di indossare il lutto per un periodo determinato che varia dai sei mesi ai tre anni e, in quest’arco di tempo vengono negate tutte le feste e i divertimenti in segno del rispetto del proprio caro. Il velo in testa. La cultura islamica ha lasciato parecchi segni sulla nostra isola fra cui quello di portare il velo sulla testa, diversamente dalle nostre antenate che lo legavano sulla nuca. E’ ancora oggi consuetudine, fra le donne più anziane del nostro paese, tenere sul capo una veletta, chiamata “U fazzulettu”, come segno di sottomissione e rispetto al marito. I veli, in genere, variano di colore a seconda se una giornata sia normale o di festa. Nel periodo del lutto il velo dovrà essere rigorosamente nero. |
|