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CANTI AMOROSI: "A NUCIDDARA" ED ALTRE TRADIZIONI.

A fuitina Fino a una decina di anni fa una delle forme d’unione più diffusa fra le giovani coppie era la “fuitina”, vale a dire la scappatella di innamorati, che all’insaputa di tutti, fuggono via per un periodo che poteva variare dai tre giorni ad una settimana. Al ritorno i due “fujuti” venivano accolti e festeggiati, nonostante l’astio che a volte questa pratica generava fra i genitori della coppia, e come veri e propri sposi venivano ospitati nelle loro case fino a quando non avrebbero provveduto a trovare un’opportuna dimora. L’origine di questa pratica risale al periodo della dominazione araba in Sicilia e aveva lo scopo di sfuggire ai rimproveri del padre che per interessi familiari destinava la figlia ad un matrimonio combinato. Alla povera infelice non rimaneva che la fuitina con l’uomo del quale era effettivamente innamorata. Di fronte a tale situazione il genitore non poteva che accettare la scelta della figlia ormai “compromessa”. Non raramente la scappatella avveniva per celare rapporti sessuali prematrimoniali che avrebbero danneggiato l’onore della famiglia della donna.
 
La serenata Al ritorno dalla “fuitina” è consuetudine organizzare per la novella coppia la serenata, nella tradizione una serata di canti e balli popolari, nati dall’estro creativo e dall’animo sensibile dei cantastorie, uomini la cui inventiva li faceva autori di lirichette amorose che deliziavano innamorati e ospiti, coinvolgendoli in balli che rendevano manifesta la gioia per la nuova unione. Questa pratica avveniva all’insaputa della coppia, che veniva svegliata durante la notte dal suono della fisarmonica che accompagna alcuni canti polifonici a cappella, gergalmente definiti “nuciddara”; tra i motivi prevale quello importato dal paese d’origine di molti maniacesi, ovvero Tortorici, costituito da un testo dialettale che recita così:

 

A nuciddara
E ‘sti signori vonnu mi ci cantu
e vonnu cantati canzuni d’argentu
ma la me testa nun mi reggi tantu
a cantari ‘sti canzuni a cumplimentu.

Sugnu arrivatu apposta ppi cantari
da Spagna mi purtaju u sunaturi
lu gigghiu sugnu ju c’aiu a cantari
la rosa è lu nostru snaturi
la sposa è nu garofunu d’amuri
e lu sposu n’angelu reali.

A tia cu sti capiddi biondi e ricci
e ‘ntesta li va purtannu mazzi mazz
cu ‘n pettinu d’argentu li scaddizzi
e cu tri fili d’oru ti li ‘ntrizzi.

Quanti aceddi ci su malvi e malvezzi
tanti omini ppi tia nesciunu pazzi
e tu si figghia di tanti biddizzi
attacchi e sciogghi l’omu senza lazzi.

 

Traduzione
E questi signori vogliono che io canti,
e vogliono che io canti canzoni d’argento ,
ma la mia testa non  ragiona bene
per cantare questo tipo di canzoni

Sono arrivato apposta per cantare
ho portato il suonatore dalla Spagna
il giglio sono io che devo cantare
la rosa il nostro suonatore
la sposa è un garofano d’amore
e lo sposo un angelo reale

A te con questi capelli biondi e ricci
che li porti in testa legati come mazzi
e con un pettine d’argento li snodi
e con tre fili d’oro li rileghi.

Così come ci sono tanti tipi di uccelli
tanti uomini per te impazziscono
tu sei figlia di tante bellezze
leghi e sciogli l’uomo senza lacci

 L’insieme è accompagnato da altre voci che generalmente emettono un contrasto lamentoso. Terminato il canto, che nel frattempo ha ridestato la coppia di innamorati, ecco allestire un allegro banchetto conviviale preparato dai genitori della sposa. La serata prosegue consumando carni, formaggi, pane casereccio, sott’oli, e vino di casa mentre si continua a suonare e ballare. I convenuti, danzano allegramente fino alle prime ore dell’alba.
L’uso di organizzare la serenata ancora sopravvive, sebbene sia diventato ormai raro e privo delle tradizionali usanze, ed è stato esteso non solo alle coppie di “fujuti”ma anche a coloro che si sposano secondo il rito ufficiale.

Sutta la to finestra c’è nu giardinu
Chi intra ci staci un peri r’arancera
Intra la cima ci starà nu niru
Intra ci stanno l’acidduzzi to
Stiri ca mani e ti nni prenni unu
E ti lu matti nta na gargia r’oru
La gargia sini tu donna di amuri
L’aceddu sugnu jo chi ci aju a stari.

Facciuzza di na persica anzalora
Stanni pi certu chi jò vogghiu a tia
Noi nn’amu amatu, e nn’amu amari ancora
Pi dispettu di cu n’avi gilusia
Tannu cissirannu i me rasora
Quannu ni jimu alla chiesa cu tia.  

Gli scongiuri <<Ancora oggi come atteggiamento di difesa, in un’era di cieca irrazionalità e mancanze di certezze, la magia rappresenta il rifugio sicuro di chi ha bisogno di una parola di conforto e di incoraggiamento>>.
Ciò naturalmente avviene anche a Maniace e tramite gli scongiuri si cerca di trovare per l’animo di chi soffre, parole e procedure tranquillizzanti. Tutto il rito è avvolto nel segreto e nel mistero: l’anziano saggio borbotta furtivamente “a lizioni”, le sue formule, ciò è il segno  manifesto del carattere intimo del rito di magia che non può essere rivelato a persone diverse da quelle che devono servirsene. Le operazioni magiche hanno fine terapeutico e gli scongiuri nella medicina popolare sottintendono l’intervento divino. Diversi sono i casi ai quali viene applicato tale rito. A titolo esemplificativo ne citeremo alcuni:

Contro i Vermi Quando i bambini sono afflitti da mal di pancia,  causato da uno spavento, vengono portati da un’anziana, che dopo aver recitato un orazione rigorosamente segreta (può essere esternata solo di Venerdì agli aspiranti maghi), preso un filo, si misura il bambino in lunghezza ed in circonferenza, si ripiega più volte su se stesso e lo si taglia con le forbici. Durante queste operazioni si recita il  seguente dialogo tra la madre del bimbo e l’anziana:

Cummari chi tagghiati?                                          Comare cosa state tagliando?
Tagghiu i vermi.                                                      Taglio i vermi
A cu cci tagghiati?                                                  A chi li state tagliando?
A (il nome del bimbo)                                             A (nome del bambino)
Tagghiari boni.                                                       Tagliateli bene.
Rassati fari a mia.                                                   Lasciate fare a me.

 Dopo questa interazione si mette il filo in una bacinella d’acqua, se i fili tagliuzzati rimangono fermi vuol dire che il bimbo non aveva i vermi, se i fili si intrecciano i vermi sono stati eliminati. Successivamente verrà fatta bere al bimbo un po’ d’acqua mista ad aglio.

Contro il "malocchio" (le occhiature). Quando qualcuno soffre per il mal di testa  c’è la possibilità che sia stato causato da qualche sguardo pieno di negatività: in questo caso si usa dire “mi ittaru u marocchiu”. Per superare gli effetti della negatività ci si reca da un’anziana o in alternativa viene portato qualche oggetto appartenete al malato.
L’anziana toccando la testa dell’interessato o l’oggetto inizia a recitare la prima formula che sintetizza il modo in cui viene trasmessa l’energia negativa, che grazie alla sua pregnanza, priva della loro vitalità anche gli elementi della natura.                    
                                                                     
Santa Maria stasira                                         Santa Maria questa sera
Supra na chiappa i marmuru siria                  Sedevo sopra una lastra di marmo
A sita tagghiava a sita scusava                       Cucivo e scucivo la seta
Passò na mara ucchiatura                               Passata un’occhiata ed una guardata
Cu na mara guardatura                                   negativa la fontana e l’albero si sono
A funtana ssiccò l’arbiru ammarugghiò          seccati.A me, una persona mi ha buttato
A mi, a persona n’terra mi jittò.                     atterra.

 Giunti a questo punto l’anziana inizia a borbottare le segrete orazioni magiche e dopo aver terminato segna con una croce in testa il malato, o diversamente, fa la croce all’oggetto. Se il mal di testa dipendeva dal malocchio, la maga nel borbottare le orazioni avrà avuto la lingua legata e la forza negativa sarà schiacciata. Se durante il rituale non si manifestano segni particolari, l’occultismo dell’evento rimane solo pura superstizione, e le ragioni dello scettico prendono il sopravvento.

 La lamentazione funeraria. Era di uso comune nell’antica Grecia il pianto rituale per i morti che esprimeva il dolore dell’intera società e segnava ritualmente il passaggio ad altra vita. Quest’uso viene ancora perpetuato, soprattutto tra le anziane donne, anche a Maniace ed in altre zone del Nebroideo. Alle morte di un caro le donne vestite a lutto e sedute ai piedi della salma, posta in una camera ardente allestita in casa, piangono per tre giorni e tre notti in modo recitativo, manifestando ed enfatizzando il proprio dolore attraverso invocazioni e lamenti sulle qualità e virtù del defunto. Si fa il voto di indossare il lutto per un periodo determinato che varia dai sei mesi ai tre anni e, in quest’arco di tempo vengono negate tutte le feste e i divertimenti in segno del rispetto del proprio caro.
Per le donne questo è un vero calvario in quanto il nero, secondo la tradizione, denota qualità negative, come creare danni alla vista e bloccare qualsiasi istinto di felicità delle stesse donne. Attraverso un simile percorso, manifestano il loro dolore e l’attaccamento al proprio caro. Durante i tre giorni di lutto i vicini, consapevoli del momento di sconforto, preparano abbondanti portate per i parenti del defunto, come segno della loro vicinanza al dolore. Nei giorni seguenti anche conoscenti ed amici portano il cosiddetto “ visitu”, consistente in provviste varie. 

Il velo in testa. La cultura islamica ha lasciato parecchi segni sulla nostra isola fra cui quello di portare il velo sulla testa, diversamente dalle nostre antenate che lo legavano sulla nuca. E’ ancora oggi consuetudine, fra le donne più anziane del nostro paese, tenere  sul capo una veletta, chiamata “U fazzulettu”, come segno di sottomissione e rispetto al marito. I veli, in genere, variano di colore a seconda se una giornata sia normale o di festa. Nel periodo del lutto il velo dovrà essere rigorosamente nero.